Chez Claire
‘Odissea’ di Omero

 

L’Odissea è l’epopea di un uomo. Non un uomo qualunque, ma Ulisse, glorioso sovrano amato in patria e conosciuto da molti per le sue gesta eroiche. Un uomo uscito vittorioso dalla grande guerra di Troia e poi disperso in mare dallo sfavore di un dio. Un uomo stremato da dieci anni di battaglie e da altrettanti di sventure e peregrinazioni. Un uomo desideroso di tornare nella sua terra e di riabbracciare la sua famiglia, come tanti altri uomini prima e dopo di lui.

Sebbene siano trascorsi quasi tremila anni dalla sua stesura, l’Odissea rimane l’avventura più celebrata e più largamente conosciuta che sia mai stata raccontata. Con essa prese nuova vita quella monumentale tradizione orale di racconti che erano circolati in Grecia per centinaia di anni, tramandati dalle cetre e dal canto di aedi e cantastorie occasionali che di volta in volta arricchivano o contraevano le storie in conformità ai propri gusti e alla propria fantasia.

Omero, il bardo greco cui viene tradizionalmente attribuita la paternità dell’opera, era affetto da cecità, ma riuscì a vedere ben oltre lo schermo scuro dei suoi occhi, immaginando un caleidoscopio di alleanze, favori e ire funeste nel pantheon delle divinità umanizzate che erano sacre ai Greci; divinità che, intervenendo costantemente nella vita dei personaggi, decidono inesorabilmente le sorti di Ulisse e dei suoi compagni d’avventura.

Ma Omero ci regala anche lo scorcio di una natura ignota e implacabile, verso la quale l’inguaribile curiosità dell’uomo verso mondi sconosciuti è fatalmente attratta, ma che con la sua bellezza e le sue insidie sprofonda il cuore nella più accorata nostalgia. Il viaggio, allora, diventa metafora: il vero approdo non è più la bianca arena dei lidi di casa, ma un nido di affetti e di certezze.

Ulisse, uomo dall’intelletto acuto e guizzante, si affida all’ingegno, più che alla forza, per compiere il suo ritorno in patria. Nonostante la sua nobiltà, il suo eroismo e il suo ardimento, egli è squisitamente terreno: grandioso e miserabile insieme, sarà più volte tormentato da inesauribili tentazioni e bisogni materiali che minacceranno di sconvolgere i suoi propositi. Resta però nella mente l’immagine di un uomo straordinario, troppo piccolo per potersi spingere in eterno oltre certi confini e troppo grande per poterci rinunciare.

E restano nella mente l’urlo delle tempeste, il richiamo delle sirene, il bagliore accecante degli orizzonti lontani. Un sapore antico di leggenda, da narrare ad alta voce per molti altri secoli ancora.

Giovanni Pascoli – X agosto

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.


Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.


Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.


Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…


Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.


E tu, Cielo dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Ti ricordi di aver avuto sedici anni? Hai provato anche tu quella febbre, quelle smanie, quelle inquietudini incomprensibili che accompagnano quell’età? Hai sentito anche tu il bisogno di straziarti il cuore con mille sventure immaginarie, di crederti vittima di persecuzioni che non soffrivi, di fantasticare una felicità impossibile per godere crudelmente di disilluderti? Hai provato tu pure quel bisogno che ti spingeva a cercare una chiesa per pregarvi e per piangervi?
Iginio Ugo Tarchetti, Fosca
‘Il processo’ di Franz Kafka

 

Nel mattino del suo trentesimo compleanno, Josef K., un giovane e stimato procuratore di banca, riceve la visita di due uomini venuti ad arrestarlo. Non avendo commesso nulla d’illegale, K. è portato a credere che si tratti di una burla organizzata dai suoi colleghi di lavoro. Ben presto, però, si rende conto di essere davvero nei guai e, sempre più sorpreso e indignato, viene a conoscenza di dover subire un processo. Pur in stato d’arresto, a K. viene concessa totale libertà d’azione, che gli permetterà di difendersi e tentare di chiarire lo spiacevole malinteso. Il pragmatismo e la razionalità che gli derivano dal suo mestiere si scontrano con la complessa realtà di una legge invisibile e impenetrabile. Nulla ha una logica nel suo iter giudiziario: egli non ha idea di quale sia il suo capo d’imputazione, e nessuno si prende la briga di rivelarglielo; le cancellerie del tribunale hanno sede negli afosi solai di fatiscenti caseggiati di periferia; i magistrati, libertini e corrotti, intrecciano torbide relazioni con giovani donne di servizio, in un ambiente giudiziario che sembra racchiudere tutta la brutalità e le bassezze della vita.

Nonostante la sua assurdità, la macchina processuale in cui K. si trova imbrigliato si rivela sempre più intimidatoria e inconfutabile, e vani si dimostrano i tentativi di districarsi al suo interno. I personaggi cui K. chiede aiuto sono anch’essi espressione dell’anomalia delle circostanze, ma soprattutto dell’ineluttabilità della condanna: l’avvocato Huld, vecchio e malato, riceve K. nella sua tetra casa, restando a letto; il pittore Titorelli, che lavora per il tribunale, vive in una sordida e opprimente stanzetta, assediato da un gruppo di moleste ragazzine che lo spiano tutto il giorno. Entrambi prospettano a K. un’unica soluzione: convivere con l’idea del processo, rinviando all’infinito la sentenza decisiva; in sostanza, rinunciare a un’assoluzione definitiva – che risulta non esser mai stata concessa a nessuno – e sottomettersi completamente alla legge, senza tentare di sciogliere il mistero dell’arresto ricercandone le ragioni. K., però, decide di adottare un’altra strategia: redigere un memoriale difensivo da presentare ai giudici. Questa mossa, tuttavia, si rivela fallimentare, e K. viene assorbito totalmente dalle dinamiche del processo: si isola, smarrisce se stesso e rimane schiacciato dal suo stesso tentativo di liberarsi.

La vicenda si conclude con una splendida riflessione, che racchiude il significato profondo del romanzo e che riguarda la possibilità dell’uomo di avvicinarsi alla comprensione di Dio e della legge e di cogliere la verità e il senso della vita. Per Kafka, la verità ultima, il senso profondo della legge e di Dio, si sottraggono alla comprensione dell’uomo. Questi, bisognoso di trascendenza, si protende costantemente verso la verità, arrivando quasi a intuirla, ma essa gli sfugge nel momento stesso in cui gli si mostra. Da questa inaccessibilità deriva la solitudine dell’uomo, la sua alienazione, il suo annichilimento, il suo rifiuto di accettare la menzogna anche quando questa sembra essere l’unica via per sopravvivere. K. non desiste, vuole comprendere, pur sapendo che in questo modo non riuscirà a sfuggire alla condanna; così facendo, però, egli acconsente all’assurdità degli eventi, precipitando in una vergogna destinata a sopravvivergli. L’ultima scena, quella della grottesca esecuzione da parte di due maschere tragicomiche in finanziera e cilindro, sembra irridere alla possibilità di K. di giungere finalmente, attraverso la morte, alla redenzione e all’incontro tanto agognato con l’assoluto.

As novices, we think we’re entirely responsible for the way people treat us. I have long since learned that we are responsible only for the way we treat people.

Rose Wilder Lane

‘Il Signore delle Mosche’ di William Golding

 

Il Signore delle Mosche (1954) analizza il comportamento di un gruppo di studenti britannici che, in seguito a un incidente aereo nel corso di un conflitto planetario, viene abbandonato su un’isola del Pacifico. Liberi dal controllo degli adulti e dalle strutture della civiltà, i ragazzi tentano di riprodurre la società nell’ambiente puro dell’isola, una società organizzata e democratica in cui ognuno si dia da fare per mantenere l’ordine e raggiungere gli obiettivi comuni. Ben presto, però, le loro pulsioni più represse e istintuali emergono in tutta la loro violenza, alimentando le tensioni e i tentativi di prevaricazione all’interno del gruppo e degradandoli progressivamente allo stato atavico e feroce della barbarie.

Sebbene la storia sia confinata al microcosmo di un gruppo di ragazzi, essa ha implicazioni più vaste, che vanno oltre i confini della realtà dell’isola e ritraggono le dinamiche della lotta fra istinto di civilizzazione – l’impulso di comportarsi legalmente e secondo morale – e istinto selvaggio – l’impulso di sopraffare gli altri, sovvertendo le regole e indulgendo nell’esercizio della forza bruta.

William Golding, fortemente influenzato dalle atrocità della seconda guerra mondiale, esprime una visione totalmente pessimistica della natura umana: essa è inesorabilmente permeata dall’orrore e dalla crudeltà, una crudeltà non acquisita, bensì ancestrale, innata. Nell’uomo lasciato solo a se stesso il senso di libertà diventa necessità di predominio e gli istinti animaleschi sono inevitabilmente destinati a prevalere sull’intelligenza, sulla razionalità, sulla coscienza e sulla capacità di discernere il bene dal male, vanificando ogni tentativo di organizzazione, disciplina e giustizia. Nel romanzo, tale naturale propensione alla brutalità risulta ancor più dirompente dal momento che, proprio a sostegno della tesi secondo cui il male è insito in ognuno di noi, ne vengono fatti protagonisti i bambini, in genere simboli di purezza e innocenza, qui precipitati nel baratro cieco della perdizione; bambini e ragazzi la cui brutalità, risvegliata dalla convivenza forzata in un ambiente ostile, è talmente irrefrenabile da sprofondare persino un paradiso tropicale nella più macabra desolazione.

Gabriele D’Annunzio – La pioggia nel pineto

 

Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici

salmastre ed arse,

piove su i pini

scagliosi ed irti,

piove su i mirti

divini,

su le ginestre fulgenti

di fiori accolti,

su i ginepri folti

di coccole aulenti,

piove su i nostri vólti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggeri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude,

o Ermione.



Odi? La pioggia cade

su la solitaria

verdura

con un crepitìo che dura

e varia nell’aria

secondo le fronde

più rade, men rade.

Ascolta. Risponde

al pianto il canto

delle cicale

che il pianto australe

non impaura,

né il ciel cinerino.

E il pino

ha un suono, e il mirto

altro suono, e il ginepro

altro ancóra, stromenti

diversi

sotto innumerevoli dita.

E immersi

noi siam nello spirto

silvestre,

d’arborea vita viventi;

e il tuo vólto ebro

è molle di pioggia

come una foglia,

e le tue chiome

auliscono come

le chiare ginestre,

o creatura terrestre

che hai nome

Ermione.



Ascolta, ascolta. L’accordo

delle aeree cicale

a poco a poco

più sordo

si fa sotto il pianto

che cresce;

ma un canto vi si mesce

più roco

che di laggiù sale,

dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco

s’allenta, si spegne.

Sola una nota

ancor trema, si spegne,

risorge, trema, si spegne.

Non s’ode voce del mare.

Or s’ode su tutta la fronda

crosciare

l’argentea pioggia

che monda,

il croscio che varia

secondo la fronda

più folta, men folta.

Ascolta.

La figlia dell’aria

è muta; ma la figlia

del limo lontana,

la rana,

canta nell’ombra più fonda,

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su le tue ciglia,

Ermione.



Piove su le tue ciglia nere

sì che par tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi fatta virente,

par da scorza tu esca.

E tutta la vita è in noi fresca

aulente,

il cuor nel petto è come pèsca

intatta,

tra le pàlpebre gli occhi

son come polle tra l’erbe,

i denti negli alvèoli

son come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,

or congiunti or disciolti

(e il verde vigor rude

ci allaccia i mallèoli

c’intrica i ginocchi)

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri vólti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggeri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

m’illuse, che oggi t’illude,

o Ermione.

 

‘Piccole donne’ di Louisa May Alcott

 

Piccole donne di Louisa May Alcott, pubblicato nel 1868, è la storia di quattro sorelle adolescenti che vivono gioie e dolori sullo sfondo di un’America scossa dalla guerra di Secessione.

Sono sufficienti poche righe per addentrarci immediatamente in quella che è la calda atmosfera di casa March: riusciamo subito a distinguere con nitidezza le voci delle quattro sorelle levarsi al di sopra dello scoppiettio del fuoco nel caminetto, i loro giochi, le loro baruffe, i loro slanci affettuosi. Nonostante il clima gioioso, la vita per loro non è semplice: la famiglia, che in passato ha conosciuto l’agiatezza, si è ritrovata a un tratto a versare in ristrettezze economiche per aiutare un amico bisognoso, e il padre è lontano da casa per prendere parte alla guerra, anche se sempre presente attraverso una fitta corrispondenza epistolare. Tuttavia la signora March, madre vigile e amorevole nonché saldo modello morale per le figlie, riesce a gestire con grande dignità e coraggio i problemi del quotidiano, tenendo alto l’umore in casa e suscitando l’ammirazione e il rispetto di tutti. Lo spirito d’abnegazione e di buona volontà di cui la donna si fa esempio convince le quattro ragazze a sforzarsi di migliorare i propri difetti, in una gara generosa a fare sempre meglio. In questo modo l’ansia per il padre in guerra, le fatiche del lavoro quotidiano e i piccoli drammi adolescenziali diventano un motivo per sentirsi ancora più unite e per seguire insieme un percorso di crescita che le conduca alla maturità. In questo percorso sono accompagnate dalla madre, che le osserva con orgoglio lasciando loro libertà di scelta pur consigliandole saggiamente, e dall’amico e vicino di casa Laurie, ragazzo ricco ma solo.

La trama del romanzo è giocata sulle forti differenze che intercorrono tra le quattro sorelle. Meg, la maggiore, è una ragazza assennata, responsabile e virtuosa che, nonostante la sua debolezza per il lusso e le comodità, finisce per innamorarsi di un uomo povero. Jo, la secondogenita, vera protagonista del romanzo, è un maschiaccio con la passione della scrittura e un carattere ribelle che si ripropone continuamente di migliorare. Schietta, fiera e intelligente, il suo spirito libero la porta a reagire alle limitazioni imposte alle donne e alle ragazze dalla società dell’epoca. Beth, la terzogenita, è una creatura timida e quieta nata per il focolare domestico, che ama la musica e vive in un mondo tutto suo, dal quale esce soltanto per incontrare chi le ispira fiducia. Infine Amy, la più piccola del quartetto, è una ragazzina vanitosa con molto talento per il disegno e un’altissima opinione di sé. Frivola e vezzosa, fa di tutto per sembrare una signorina sofisticata e ben educata.

È interessante notare come, attraverso i diversi caratteri delle quattro sorelle, la Alcott analizzi quattro possibili modi di essere donna nel XIX secolo. Mentre Meg e Beth si conformano alle aspettative della società sul ruolo che le donne dovrebbero svolgere – la prima fidanzandosi giovane, la seconda asservendosi alla vita domestica –, Amy e Jo, concentrandosi sul piacere della propria arte e sul desiderio di una vita professionale indipendente e di successo, tentano di liberarsi da questi vincoli per nutrire la propria individualità.

Piccole donne non impone precetti moralistici, come spesso si è pensato; tuttavia possiede una sua impronta educativa che scaturisce non tanto dalle parole, quanto dai fatti che costituiscono la vicenda. L’attenzione ad alcuni valori morali è costante: l’amore verso il prossimo, la generosità, il sacrificio, la capacità di non arrendersi di fronte alle difficoltà e di non cedere ai vizi sono il filo conduttore che guida gli sforzi delle quattro sorelle, ma i difetti e le debolezze dei loro caratteri non smettono mai di suggerirci un’umanità molto lontana dai perfetti modelli di comportamento che i libri moralistici propongono ai lettori.

Le possibilità d’immedesimazione che il romanzo offre e l’accattivante ritratto della vita semplice e ordinaria di quattro ragazze prossime a diventare donne hanno fatto di questo romanzo un capolavoro della letteratura per l’infanzia, da leggere da bambini e riscoprire da adulti.

Arthur Rimbaud – Giovinezza

 

I

 

DOMENICA

 

Accantonati i calcoli, l’inevitabile discesa dal cielo, e la visita dei ricordi e l’adunanza dei ritmi occupano la dimora, la mente e il mondo dello spirito.
– Un cavallo se la svigna sull’erba del suburbio, e lungo i campi e i rimboschimenti, trafitto dalla peste carbonica. Una miserabile donna di dramma, in un punto qualsiasi del mondo, sospira per improbabili abbandoni. I desperados languiscono per il temporale, l’ubriachezza e le ferite. Bambini soffocano maledizioni lungo i fiumi. –
Riprendiamo lo studio al suono dell’opera divorante che si raccoglie e risale nelle masse.

 

 

II

 

SONETTO

 

Uomo di costituzione normale, la carne non era forse un frutto appeso nell’orto, o giornate fanciulle! il corpo un tesoro da prodigare; oh! amare, pericolo o forza di Psiche? La terra aveva versanti fertili di prìncipi e di artisti, e la discendenza e la razza ci spingevano ai delitti e ai lutti: il mondo, vostra fortuna e vostro pericolo. Ma ora, compiuta questa dura fatica, tu, i tuoi calcoli, tu, le tue impazienze, non sono più che la vostra danza e la vostra voce, non fissate e per nulla obbligate, benché d’un duplice evento di invenzione e di successo una ragione, nell’umanità fraterna e discreta entro un universo senza immagini; – la forza e il diritto riflettono la danza e la voce ora soltanto apprezzate.

 

 

III

 

VENT’ANNI

 

Le voci istruttive esiliate… L’ingenuità fisica amaramente assennata… Adagio. Ah! l’egoismo infinito dell’adolescenza, l’ottimismo studioso: com’era pieno di fiori il mondo, quell’estate! Le arie e le forme morenti… Un coro, per placare l’impotenza e l’assenza! Un coro di vetri, di melodie notturne… Infatti i nervi stanno per disancorarsi.

 

 

IV

 

Sei ancora alla tentazione di Antonio. Il giuoco dello zelo abbreviato, i tic d’orgoglio puerile, la prostrazione e il terrore. Ma ti metterai a questo lavoro: tutte le possibilità armoniche e architettoniche si muoveranno attorno al tuo scanno. Esseri perfetti, imprevisti, si offriranno alle tue esperienze. Nei tuoi paraggi affluirà sognante la curiosità di antiche folle e di lussi oziosi. La tua memoria e i tuoi sensi non saranno che alimento per il tuo impulso creatore. E il mondo, quando sarai uscito, cosa sarà diventato? Nulla, comunque, delle apparenze attuali.

 

‘Frankenstein’ di Mary Shelley

 

In una piovosa serata estiva del 1816, a Ginevra, in Svizzera, Mary Shelley, allora diciannovenne, aderì a una sfida letteraria che avrebbe visto all’opera quattro scrittori – Shelley, Byron, Polidori e la stessa Mary – nel tentativo di emulare e tener testa ai racconti gotici tedeschi con cui erano soliti ingannare il tempo nelle giornate uggiose e che li avevano spinti a quell’impresa. Oggetto della sfida doveva essere la storia dell’orrore più terrificante che potessero concepire, una storia che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del cuore.

Nonostante Mary avesse preso quel compito con molta serietà, si trovò ben presto a sperimentare quella totale assenza d’inventiva che è il più grande cruccio degli scrittori. Una sera, dopo aver assistito a una conversazione tra suo marito e Byron circa la possibilità d’infondere la vita in corpi inanimati, si ritirò per riposare e in un dormiveglia turbato ebbe l’incubo che le diede l’ispirazione. Nacque così la storia di Frankenstein, uno scienziato dedito al sapere che persegue lo scopo di dare vita alla materia inerte sfidando le leggi della natura. Dopo un periodo d’intense ricerche, alla fine di un travaglio che lo allontana dal mondo e dagli affetti, comincia ad assemblare pezzi di cadaveri e crea un mostro di rara bruttezza, da cui egli stesso rifugge. La creatura, comprendendo ben presto che l’amore, l’amicizia e la felicità gli sono precluse, matura un odio viscerale nei confronti del suo creatore che si tradurrà nella vendetta più spietata: perseguiterà lui e la sua famiglia finché tutti i suoi affetti non saranno annientati.

Frankenstein è la storia di un moderno Prometeo che ruba alla natura il grande segreto della vita. Capirà di essersi spinto troppo oltre quando la sua creazione fallimentare si rivelerà ai suoi occhi in tutto l’orrore possibile. L’orfano da lui aborrito, frutto dell’ardore di un’ambizione sconsiderata, è costretto a spiare l’umanità da lontano e ad agognare invano una condizione di vita che possa essere almeno l’ombra di quella degli uomini. Compie così un percorso di formazione al negativo, dalla vulnerabilità dell’inesperienza e della purezza all’esercizio del male. La sua esistenza tragica non troverà riscatto se non nella distruzione di tutto ciò da cui è stato emarginato.